Violenza: vita e fiele nell’uomo

Aurelia Losavio

 

 

“La violenza è ovunque, insomma si trova anche nei cereali della prima colazione” (I Simpson)

La violenza è un fenomeno che dilaga nelle società moderne, un fenomeno sicuramente grave e che non accenna a diminuire. La violenza può essere di qualsiasi tipo: si passa dalla violenza fisica alla violenza di genere, fino a quella sessuale, psicologica, economica. Ma cosa si intende per “violenza”? Il termine trova le proprie radici nel latino violentia, derivante dall’aggettivo violentus, il quale ha la funzione di descrivere un soggetto che, attraverso comportamenti coercitivi e irrazionali, impone la propria volontà su un altro individuo, ponendolo in una situazione di soggiogamento e sottomissione.

La violenza in generale è considerata un istinto da sempre esistente nell’uomo, poiché a lui connaturato. Si pensi agli uomini primitivi, i quali spesso uccidevano i loro stessi simili allo scopo di procurarsi da mangiare. Il primo che arrivava alla preda era soddisfatto. Ma spesso questa preda era solo una, e quando l’istinto di sopravvivenza si faceva sempre più dilaniante, l’uomo non aveva altra scelta che uccidere il suo rivale, tutto per la propria conservazione. Homo homini lupus, scriveva Thomas Hobbes nel De Cive, alludendo all’egoismo che attanaglia l’individuo, tanto da spingerlo a uccidere i suoi stessi simili, pur di sopravvivere. Anche il regista Stanley Kubrick offriva una rappresentazione negativa dell’essere umano, affermando che questi fosse un “ignobile selvaggio”. Insomma, per molti la violenza è un qualcosa di insito nell’uomo, un elemento strutturante, caratterizzante che lo rende pericoloso e spesso vittima di impulsi incontrollabili. Purtroppo, sono molte le testimonianze tangibili di questo fenomeno comportamentale. Basti pensare alla guerra, che attanaglia il nostro mondo fin dai suoi albori e che continua, imperterrita, a farsi strada tra i popoli, arrivando alle sue forme più intense soprattutto nei paesi sottosviluppati.

L’ordinamento giuridico italiano prevede, all’articolo 610 del codice penale, il reato di violenza privata: “Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni”. La Corte di Cassazione, con sentenza del 24 febbraio 2017 n. 29261, ha dichiarato che il reato di violenza privata è integrato non solo quando viene perpetrata una violenza fisica, ma anche quando la vittima è sottoposta a pressioni morali, psicologiche. La sentenza era stata pronunciata relativamente al caso di un soggetto, il quale, allo scopo di intimorire l’ex compagna, dopo averle sequestrato il cellulare, l’aveva costretta a salire in macchina e aveva guidato il veicolo a forte velocità. In primo grado, l’uomo era stato assolto, sulla base del fatto che non aveva compiuto una violenza fisica nei confronti dell’ex, ma la Suprema Corte si è pronunciata nel senso di considerare come reato di violenza anche “un atteggiamento complessivamente intimidatorio, specie nei rapporti familiari […]”.

Una grossa emergenza che il nostro paese sta affrontando, soprattutto in questi ultimi anni, è l’aumento progressivo e preoccupante della violenza di genere. Il fenomeno indica la perpetrazione di atteggiamenti violenti, principalmente nei confronti di donne, ma, più in generale, nei confronti di soggetti deboli. Le Nazioni Unite, in occasione della Conferenza Mondiale sulla Violenza contro le Donne tenutasi a Vienna nel 1993, la definiscono come ogni atto legato alla differenza di sesso che provochi o possa provocare un danno fisico, sessuale, psicologico o una sofferenza della donna, compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o l’arbitraria privazione della libertà sia nella vita pubblica che nella vita privata (Art. 1, Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’Eliminazione della Violenza contro le Donne, Vienna, 1993). Questo tipo di violenza, che rappresenta una situazione di preoccupante degrado sociale del nostro paese, non appare come un fenomeno destinato ad arrestarsi. Sempre più frequentemente arriva anche a toccare le sue conseguenze peggiori, come l’omicidio. Le recenti stime mostrano come, da inizio anno, ben 14 donne siano state uccise dai propri compagni o ex mariti. Un numero spaventoso, rapportato al brevissimo lasso di tempo nel quale tali omicidi sono stati consumati.

Nonostante alcuni interventi legislativi nell’ultimo periodo (si pensi alla legge Codice Rosso, entrata in vigore il 19 luglio del 2019, la quale ha introdotto norme per tutelare le numerose vittime di violenza di genere) continuiamo ad assistere, inermi, a questo aberrante fenomeno, cui si fatica a dare una spiegazione razionale. Forse è vero, allora, quanto dicevano Hobbes e Kubrick, che la violenza è pane per i denti dell’uomo, perché fa parte di lui. L’essere umano, in un certo modo, sente il bisogno di essere violento per sentirsi appagato. Ma la violenza dell’uomo contro sua madre, sua moglie, sua figlia… quella non potrà e non dovrà mai trovare alcuna giustificazione, così come qualunque altro tipo di violenza che, sebbene possa essere considerata come una caratteristica intrinseca dell’essere umano, deve essere allo stesso modo fortemente combattuta, senza alcuna scusante.

 
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